IPv6 don’t panic

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Il 2011 non è stato l’anno di IPv6. Gli indirizzi IPv4 sono “quasi” finiti e quel quasi ha permesso di andare avanti, rimandando ancora una volta il passaggio a IPv6. Come qualcuno ha suggerito non dovremmo più parlare di IPv6 come nuovo protocollo, ma solo di IPv4 come vecchio protocollo ed aprire un capitolo nuovo.

La vicepresidente della Commissione europea Neelie Kroes, durante l’IPv6 Summit in Germania, ha sostenuto che il passaggio a IPv6 è necessario, definendolo un elemento abilitante per l’innovazione e la crescita nel contesto dell’Agenda digitale. Un europeo su tre utilizza uno smartphone: un numero che ha una chiara tendenza ad aumentare nonostante la crisi. Questa dotazione sommata a notebook, tablet, netbook e desktop, accrescerà la necessità di disporre di più indirizzi IP. Da giugno scorso la Commissione Europea, dopo il World IPv6 Day, ha mantenuto il proprio sito web raggiungibile anche in IPv6, cosa che invece non hanno fatto altri colossi dell’Internet Mondiale, rendendo l’iniziativa la fiamma di un giorno. E già si parla di fare un altro evento simile la “World IPv6 Week”. In Brasile hanno già organizzato la propria settimana nazionale dal 6 al 12 febbraio 2012. La Commissaria con la delega all’Agenda digitale ha espresso la sua preoccupazione per la lentezza con cui si sta verificando il passaggio verso IPv6 in Europa. E vedendo quello che sta accadendo nel resto del mondo, come darle torto! Anche in Italia cominciano ad arrivare i venti del cambiamento, soprattutto quelli che soffiano dall’Asia. I cinesi che lavorano in Italia, per continuare il loro business con le imprese manifatturiere in Cina, devono attrezzarsi con una connessione IPv6, perché i server cinesi hanno solo indirizzi IPv6. Siamo arrivati al punto di svolta: i due mondi del vecchio e del nuovo protocollo cominciano a non usare più lo stesso linguaggio. I colleghi della Rete della Ricerca Slovena ARNES per sdrammatizzare la situazione hanno realizzato il video “IPv6 – Don’t Panic”, dove cercano di spiegare cos’è IPv6.

  • Per maggiori informazioni:

Happy Eyeball
Cosa sono gli “Happy Eyeballs”? Letteralmente la traduzione è “bulbi oculari felici” e nasce dal punto di vista del dispositivo che state guardando. Se ci fosse qualcuno dentro al vostro smartphone o dentro al vostro pc, di voi vedrebbe principalmente il vostro bulbo oculare. E questo bulbo oculare, se internet non funziona, diventa triste. Come renderlo felice allora? Basta gestire al meglio il dual stack e evitare che il vostro tentativo di collegamento vada in time-out. Si tratta di un draft presentato a IETF che già vede alcune applicazioni pratiche e anche qualche problema. I primi a implementarlo sono stati i signori di Google (in Chrome) e di Apple (in Mac OSX Lion e in Safari). La vera buona notizia, al di là del cercare di risolvere un problema reale, riguarda il contesto in cui nasce, ovvero l’utilizzo pratico di IPv6. La compresenza dei due protocolli sulla rete inizia ad essere una realtà e nascono i primi problemi pratici. Ma guardano con un’ottica più generale questo risulta essere il più grosso dei problemi nel passaggio da IPv4 a IPv6. Quella che man mano ci troveremo davanti sarà infatti una rete che rischia di essere lenta, non per la propria capacità effettiva, ma per il timeout della risoluzione DNS e dell’handshake del TCP. Tutto questo sarà dovuto alle diverse configurazioni di IPv6 in modo non nativo, attraverso tunnel, gateway, teredo ed altri tentativi nel rimandare la migrazione a IPv6. L’ennesimo campanello d’allarme, che deve avere un’unica risposta: attiviamo IPv6 in modo nativo sulle nostre reti.

Per approfondire: http://tools.ietf.org/html/draft-ietf-v6ops-happy-eyeballs-06

IPv6 nella Comunità GARR
Sono 45 le sedi che hanno attivato sul proprio collegamento verso la rete GARR oltre ad IPv4 anche IPv6. Proprio in questi giorni l’Università di Roma “Tor Vergata” ha completato l’attivazione di IPv6 su tutta la propria rete. IPv6 è adesso disponibile anche sui collegamenti wireless. IPv6 è adesso una realtà per tutti gli utenti del Campus romano, compresi gli studenti, ma per loro non cambia niente, avranno solo un’opportunità in più che li rende all’avanguardia in Italia.

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